I segni del Presepe 


di don Filippo Ramondino


1) LA MANGIATOIA    La parola latina praesepium significa mangiatoia. Gesù nasce nel letto più umile e povero, ha come culla una greppia dove è posto solitamente il fieno che gli animali mangiano. Nonostante tanta povertà, Gesù non ha sofferto nulla di traumatico, perché c’erano con lui un papà e una mamma, c’era l’amore che è più importante del benessere materiale e sociale. Pensiamo a quante cose sembrano necessarie e senza le quali pare non si possa far nascere e vivere un bambino. Ringraziamo il Signore per il benessere che abbiamo, ma chiediamogli anche di farci capire che la vita non deve dipendere dai beni materiali, ci sono dei valori spirituali che sono molto più importanti.

Ogni bambino possa avere e godere del sorriso e dell’affetto di un papà e di una mamma. Ogni papà e ogni mamma, ogni coppia possa sentire la vocazione alla paternità e alla maternità, anche adottiva, portando il loro amore in quelle tante povere mangiatoie del sud del mondo, dove tanti bimbi attendono un papà e una mamma, per crescere in una famiglia. 

Gesù posto nella mangiatoia, dove c’è il cibo per gli animali, richiama profeticamente all’Eucaristia. Quel Gesù è il nostro cibo di animali razionali. Dobbiamo mangiare Cristo per essere alter Christus, dobbiamo mangiare amore per essere amore. Allora anche il nostro cuore, spesso povero come una stalla, abitato da Cristo diventa una reggia luminosa, diventa una sorgente generosa di pace per noi stessi e per gli altri.

 

2) IL FIENO E LA PAGLIA   Nel luogo dove nacque Gesù c’era il fieno per il nutrimento degli animali, la paglia come letto caldo per dormire. L’essenziale. Di quante cose oggi hanno bisogno i bambini! Così spesso sentiamo dire in famiglia. Ma sarà vero? Oppure sono falsi bisogni perché semplicemente indotti dalla società, dalla pubblicità, dalle mode, dal consumismo e, aggiungiamo pure, da invidie, rivalità, pretese degli adulti? Metterci in contemplazione del presepe è veramente educativo. Ci educa a saperci accontentare… e dire grazie mille volte per le tante cose che abbiamo già, lamentandoci di meno per quelle che non abbiamo.

Il paradosso del Natale dei nostri tempi: la povertà scelta e privilegiata da Dio per il suo unigenito Figlio, si è trasformata in una festa che ostenta il consumismo opulento e il sentimentalismo teatrale.

Insieme al fieno e alla paglia, nella stalla c’era perfino lo sterco, poiché c’erano gli animali!  Lo sterco è brutto e puzza, ma è utile, molto utile, chi lavora in campagna ne sa qualcosa.

Cantava anni fa De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Perfino il letame fu degno di stare accanto a Gesù. Lo sterco dei peccati e delle miserie della nostra umanità non spaventa Gesù, che è venuto a chiamare e salvare i peccatori, che si è fatto nostro medico, divino agricoltore e pastore delle nostre anime.

Dio vuole intenerire i nostri cuori, farli passare da cuore di pietra a cuore di carne, venendo tra le nostre braccia nella fragilità di un bimbo. Entra con discrezione nelle nostre case, accontentandosi dell’essenziale. Non vuole culle pregiate, né corredini firmati: non cerca cioè la gloria della sapienza umana, né le grandi firme della teologia o della cultura. Vuole riposare nella semplicità del nostro cuore, nell’onestà delle nostre case, nella coscienza umile delle nostre indigenze. Questa paglia con Lui diventa un trono d’oro, e il suo profumo - che è quello dei santi - riempie l’universo. Chiediamo il gusto dell’essenziale e il dono dell’umiltà.

 

3) L’ASINO E IL BUE    Perché ci sono l’asino e il bue nel nostro presepe? Il bue è un animale domestico, utile, tenace nel lavoro e mite (il poeta canta: «t’amo, pio bove, e mite un sentimento / di vigore e di pace in cor m’infondi»). Non è un animale aggressivo. Il profeta Isaia lo indica come simbolo di pace e dei tempi messianici: «il bue e l’orso pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli; il leone come il bue si ciberà di paglia…» (Is 11,7). Il leone e l’orso cioè non dovranno più uccidere per mangiare, ma saranno miti, mansueti, appunto come il bue.

E perché l’asino? Forse un bel cavallo sarebbe stato più degno per il Re dei re! Ma l’asino esprime altre virtù preziose: è umile, fa il suo dovere. Era il mezzo di locomozione, a quei tempi, di Giuseppe e Maria, la loro utilitaria, diremmo oggi. Domenica delle palme vedremo Gesù seduto su un asinello, mentre entra trionfalmente nella città di Gerusalemme. Non lo fa a caso, vorrà far intendere al popolo che lui è l’atteso delle genti, come appunto era stato profetizzato: «il tuo re viene a te seduto, mite su un’asina» (cf Zc 9,9).

Chiediamo al Signore di avere la mitezza del bue e la umiltà dell’asinello, virtù necessarie per comprendere il mistero della sua nascita, virtù necessarie per vivere con autenticità la nostra vita cristiana.

Dal bue impariamo ancora questo: è un ruminante! I padri della Chiesa dicevano che noi, quando leggiamo la Parola di Dio, dobbiamo fare come il bue: masticarla lentamente, ruminarla, con la meditazione nel nostro cuore e nella nostra mente. Esortano così alla ruminatio Verbi, per potere assimilare in tutto il nostro essere la Parola che dà vita.

 

4) L’ACQUA   C’è sempre un ruscello, un laghetto, un pozzo nel presepe. È un segno liturgico l’acqua perché è un segno di vita. Gesù stesso si è paragonato all’acqua che «disseta per la vita eterna»: venite a me voi tutti che siete assetati!

L’acqua è legata alla vita e alla morte. Nella nostra terra se viene a mancare l’acqua viene a mancare la vita, se l’acqua ritorna la vita riprende. Vi sono diverse metafore che paragonano Dio con la fonte di acqua viva (cf Ger 2,13; Gv 7,38; 4,14).

Nel battesimo l’acqua ci libera dalla morte spirituale causata dal peccato. Annega il male e ce ne libera perché possiamo camminare verso il Regno di Dio. Veniamo così immersi nella morte di Cristo per risorgere con lui a vita nuova. Per questo l’acqua battesimale, ordinariamente, viene benedetta durante la veglia pasquale del sabato santo.

Segnandoci con l’acqua benedetta, entrando e uscendo dalla chiesa, o nelle nostre case, facciamo sempre ricordo del nostro battesimo. Quell’acqua che è scivolata sulla nostra testa di neonati ora deve immergersi nei nostri cuori, per renderli sorgente d’acqua viva, e dissetare generosamente le tante seti del nostro mondo, delle nostre famiglie, della nostra città.

Ringraziamo il Signore per il dono di questa meravigliosa creatura: l’acqua. Dono che dobbiamo tutelare, salvaguardare, per il bene della nostra esistenza e della natura. Con le parole di San Francesco d’Assisi, lodiamo il Signore per l’acqua, umile, preziosa e casta.

 

5) LA STRADA   Chi osserva il presepe è colpito, tra le tante cose, dalle varie strade e scalette, ponti e sentieri che conducono verso la grotta della natività. Un altro segno eloquente: la strada, la via. Ci rivela almeno tre cose importanti: primo, che la nostra direzione vera è verso Dio e che la direzione di Dio è verso di noi: ecco quanto la liturgia ripete fin dai primi giorni dell’Avvento, attraverso la voce di Giovanni il Battista: preparate la strada, raddrizzate i sentieri, costruite ponti sui dirupi...

Secondo, che l’uomo è un pellegrino per natura, homo viator, siamo viandanti, la nostra vita di cristiani è un viaggio, un passaggio in questo mondo, non da avventurieri, ma da pellegrini che hanno una meta sicura.

Terzo, che Gesù stesso si è fatto per noi via e ponte verso Dio: io sono la via…, io sono la porta, attraverso lui dobbiamo passare, è lui l’unico mediatore tra Dio e gli uomini.

La metafora evangelica della via è molto significativa; ci fa chiedere: quale strada sto seguendo? Quale vie di ragionamento illuminano le mie scelte quotidiane? Quali ponti di dialogo, di relazione, di contatto costruiamo con chi è lontano da noi, per cultura, per religione, per stato sociale? Preghiamo così: «Conducimi, Signore, nella tua via ed io camminerò nella verità. Si rallegri il mio cuore nel temere il tuo nome» (Sal 86,11). 

 

6) GLI STECCATI   Il presepe ci dà ancora un altro messaggio: ai bordi di ogni stradina gli artisti, sapientemente, hanno posto delle barriere, soprattutto in quelle vie più tortuose, in quelle che attraversano i dirupi. Il viandante ha bisogno, per sano realismo, di essere guidato, ha bisogno di prudenti delimitazioni. Nessuno ha mai dubitato sulla necessità delle ringhiere sui balconi o sulle scale: la vita umana non è per tutti uno spettacolo d’acrobazia, e qualora lo fosse, anche in questo caso ci sarebbero le dovute precauzioni. Altrimenti corriamo pure senza freni e senza limiti, finiremo per sfracellarci. Ecco, voglio dire, abbiamo bisogno di limiti, di argini, c’è un limite a tutto! C’è proprio bisogno di un limite per tutelare il maggiore dono che abbiamo: la libertà.

Per il cristiano il limite è costituito dalle braccia del Padre che avvolgono con amore “senza limiti” il figlio che ha preso strade sbagliate, dopo aver sperperato tutto, rientrando in se stesso ha capito che i Dieci Comandamenti non sono un limite, ma la misura della vera libertà, e la prova del vero amore.

Certe limitazioni o quello che tante volte può sembrare un ostacolo al mio cammino ed impedimento a più comode scorciatoie, diventa invece un metodo sicuro, forse una condizione, per incontrare la pace, per fare esperienza del Signore che ci dà la pienezza della vita.

Chiediamo al Signore la virtù dell’obbedienza e il dono del discernimento. Preghiamo l’Angelo custode che illumi, custodisca e protegga sempre il nostro cammino. 

 

7) LA NEVE    È un altro simbolo caratteristico del Natale. I nostri presepi sono imbiancati di neve. Così i messaggi augurali nelle cartoline o per le strade. In Palestina la neve è frequente solo nelle regioni collinari, dove solitamente cade nei mesi di gennaio e febbraio. Ma non sappiamo effettivamente se nevicasse o piovesse quando nacque Gesù a Betlem.

Eppure nella rappresentazione della sua nascita c’è anche la neve. Perché? Questo segno ce lo spiega il profeta Isaia: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11).

Da dove viene la neve? Dal Cielo, come un candore che viene a ricoprire la terra. È così simbolo della Parola di Dio che deve raggiungere tutti gli estremi confini della terra, realizzando quanto promette. Ciò significa che questa Parola non si esaurirà fin quando non avrà realizzato nella nostra vita la volontà di Dio: «il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno mai», dice il Signore.

Come è diversa la Parola di Dio dalle nostre parole!

La neve così è segno affascinante del Verbo che si fa carne. Della Parola che entra nella nostra vita, per irrigarla, fecondarla, farla germogliare di vita nuova. 

La pioggia e la neve sono pure, nel linguaggio biblico, segno della benedizione di Dio, proprio perché è dono creativo, irrigazione che feconda e fa nascere.

Anche a Pasqua troveremo la parola neve: l’angelo che appare alle donne, seduto sulla pietra ribaltata del sepolcro di Gesù è descritto così: Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve (Mt 28,3).

Così se noi ascoltiamo la Parola di Dio, ci lasciamo ricreare da essa, illuminare profondamente, dissetare e sfamare da essa, noi diventiamo creature nuove, persone nuove: «Dice il Signore: Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve» (Is 1,18). Facciamo nostre in questo cammino di conversione le parole di David: «Lavami e sarò più bianco della neve» (Sal 51,9).

Chiediamo di rendere i nostri orecchi attenti alla sua voce, il terreno della nostra vita disponibile ad accogliere i semi della sua parola, la nostra anima desiderosa di quella purificazione che le dà il candore abbagliante delle nevi eterne del monte Hermon.

 

8) LA COMETA    Brilla alta sul nostro presepe una stella cometa, per ricordarci quella che guidò i magi, i quali dissero agli abitanti di Gerusalemme: «abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,2). Questa stella li precedeva, orientando il loro cammino, fin quando si fermò sul luogo dove era nato Gesù. E, quando anch’essi giunsero, scrive l’evangelista Matteo: «la vista della stella li riempì di grandissima gioia» (2,4).

Questa stella è simbolo della fede che i magi seguono con costanza, con perseveranza, con stupore. Essa indica la strada giusta da seguire e offre quella necessaria illuminazione per evitare di smarrirsi in sentieri che conducono verso il nulla.

La stella risponde al vero “desiderio” dei magi, alle aspirazioni più profonde dell’uomo: «il tuo volto, Signore, io cerco, mostrami il tuo volto» (Sal 27,8). Essere veri cercatori di Dio per sperimentare la vera gioia, questo ci invita a capire la stella, questo ci vuole trasmettere la sapienza ricercante dei magi. Non basta chiederci filosoficamente e teologicamente: chi è Dio? Esiste Dio? Ma più esistenzialmente: dove è Dio? Dove è presente Dio?

La stella, luminosa e solenne, ci conduce paradossalmente verso un umile antro, presso una mangiatoia, dove una mamma ha deposto un bimbo avvolto in fasce. Ci condurrà sul Golgota dove gli uomini inchioderanno un innocente sulla croce. Ci condurrà davanti ad una tomba vuota. E la luce diventa conoscenza, il desiderio diventa adorazione.

Guardando la cometa, ascoltiamo le parole del profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (60,1).

Camminando nella luce della fede, trasformando con gioia questa luce in fuoco di carità dove Lui è presente, possiamo giungere a contemplare la grandezza della sua gloria.

 

9) I PERSONAGGI    Ogni personaggio incarna un atteggiamento interiore, necessario per poterci mettere in cammino verso Cristo. Può essere un modello per andare verso Gesù, per cercare Gesù.

Anzitutto c’è un fatto che coinvolge tutti: ascoltano la voce degli angeli che proclamano: «Gloria a Dio…». Sentono la chiamata ad essere uomini di buona volontà: se non c’è volontà, e volontà buona, cioè orientata e determinata dal bene, non si può cercare la pace, essere operatori di pace, mettersi al servizio del Re della Pace.

Come ascoltano e come si sentono chiamati? I pastori durante il loro lavoro quotidiano, i magi nei loro studi, Maria e Giuseppe in modo più eccezionale, Erode attraverso la testimonianza dei Magi, ecc. Ognuno risponde secondo la propria volontà. E si dirigono verso Gesù, il quale già ha posto la sua tenda in mezzo a loro… Ci piace ammirare quei personaggi che scrutano l’orizzonte: osservano i segni dei tempi, scrutano i cieli, studiano le scritture… Gli altri più semplici che si recano generosamente portando doni. Quello che hanno: fiori, frutta, vestiti, una pecorella, una gallina: è il primo offertorio cristiano. Tutto ritorna a Cristo, e da lui consacrato ritorna a noi in pienezza e benedizione.

Ci sono personaggi anche indifferenti: quello che dorme, quello che pensa solo a parlare, quello che si nasconde, quello che gioca, quello, come Erode, che trama contro Dio e contro la società.

A chi rassomiglio io tra i tanti personaggi del presepe, a chi vorrei essere simile? La preghiera ci renda sensibili alla voce degli angeli, alla voce della Parola, alla voce della Chiesa, alla voce della nostra retta coscienza, certi che solo dando gloria a Dio possiamo essere uomini di buona volontà, avere la stessa volontà di Gesù, uomo nuovo, e dare al mondo la pace.

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